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Digital Exhibition //KUNG FU MOTION

In questo post vi parlerò della mostra digitale KUNG FU MOTION (28.4.-12.8.2018), che ho visitato lo scorso luglio 2018. La mostra si è tenuta nello spazio ARTLAB dell’EPFL (Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne).

Lo spazio è stato progettato nel 2016 dall’architetto Kengo Kuma. L’edificio, sviluppato in lunghezza – una lunga sottile galleria –,  gioca con larghezze differenti : la galleria rimane molto sottile nella sua estremità settentrionale – circa 5 metri–, mentre la sezione si allarga fino a 16 metri circa sulla sua estremità meridionale. Un edificio, quindi, che varia in larghezza. La forma dell’edificio ci interessa particolarmente perché influisce sul rapporto tra il contenuto della mostra, per lo più digitale (lo scopo della mostra è quello di recuperare e reinterpretare il patrimonio culturale immateriale delle arti marziali tradizionali cinesi al fine di renderlo vivente, les archives vivantes), e il contenitore, lo spazio ospite, che non sembra progettato per ospitare una mostra digitale, interattiva e immersiva.  Quali sono le resistenze manifestate da questo spazio?

La mostra è divisa in 4 sezioni tematiche: Introduzione, Kung Fu a Hong Kong, Cinema e globalizzazione, Gli archivi futuri e l’umanistica digitale.

L’allestimento della mostra, documentato bene dalle immagini che potrete vedere al link di sotto, ci mostra una scelta cromatica dovuta, il rosso, il colore del nastro di tessuto (un segno cromatico e plastico) che scorre centralmente sul soffitto per tutta la lunghezza della galleria, mentre 4 pannelli verticali rossi tratteggiano lo spazio indicando le sezioni della mostra. Le pareti laterali lasciate bianche sono ricoperte da poster, fotografie, pannelli informativi rossi e immagini in movimento.

Lo scopo dell’allestimento è quello di rendere disponibile al pubblico l’immersione e l’interattività del mondo digitale (experimental museology) cercando forme di display (per esempio, viene riproposta la visione a ciclorama o panorama con display circolare) e di supporto adatte a questi “oggetti digitali”. Si creano così spazi di visione differenti e diverse posture tra il visitatore/spettatore e “l’oggetto espositivo” (infatti convivono differenti immagini in movimento: games, visioni 3D, visione di dati, spezzoni di film, installazione, ricostruzioni virtuali, etc.). Per esempio, notiamo la collocazione di una serie di immagini in movimento all’interno di una scenografia ispirata alla Cina oppure vediamo delle zone con sedute per usufruire del tablet e/o guardare delle immagini proiettate sulla parete. O ancora, lungo il percorso sono poste delle piccole stanze con video diversi (multi-view, panoramic video, slow-motion video).

Seguendo questo schema espositivo, la prima dissonanza, a mio parere, emerge dalla geometria dello spazio (il contenitore) che forse non è nato per accogliere delle mostre dove il mondo digitale, in tutta la sua estensione, fa da protagonista. Un mondo che forse necessita di ripensare i suoi spazi fisici, più ampi e di più facile fruizione per il visitatore/spettatore. Per esempio in KUNG FU MOTION la circolazione in presenza di molti visitatori non è del tutto agevole non permettendo di utilizzare al meglio le tecnologie e penalizzando così l’immersione e l’interattività (che richiede  più tempo di sosta da parte del visitatore, come in ottica di video gioco). La mostra sovrappone diversi livelli di lettura utilizzando più tecnologie video (motion capture, motion-over-time analytics, 3D reconstruction, panoramic video) che alla fine risultano interessanti per poter sperimentare un allestimento in ottica di “oggetti digitali” (rapporto oggetto digitale-allestimento).

Tuttavia, questa mostra mette anche in luce le difficoltà nel creare un percorso di visita tenendo conto delle esigenze dello spettatore e della conformazione dello spazio : i) la ricchezza di tecnologie digitali raggruppate in uno spazio fisico che non appare adeguato ad ospitarli, ii) la sfida progettuale che vede coinvolto il designer nel cercare nuove modalità di allestimento che tengano in conto non solo “l’oggetto digitale”, ma la diversa postura del visitatore di fronte a questo tipo di oggetto e al tempo di fruizione delllo stesso.

Per concludere, la mostra digitale, con i suoi attributi,  ha bisogno di una riflessione progettuale complessa che parta dallo spazio che la ospita,  per poter ragionare sull’allestimento (display, percorso, illuminazione, colori, materiali, grafiche, etc.) che non deve solo comunicare, ma creare le miglior condizioni per l’interattività e l’immersione. Kung Fu Motion prova a interrogarsi sull’allestimento al servizio del digitale per cercare altre forme di allestimento per una mostra ormai sempre più incline all’immersione e all’interattività.

Kung Fu Motion examines strategies for enconding, re-enacting intangible heritage in ways that allow these archives to be “alive” in the present. The exhibition including motion capture, motion-over-time analytics, 3D reconstruction, and panoramic video.  The exhibition is divided into 4 sections: Introduction, Kung Fu in Hong Kong, Cinema and Globalization, Future archive and digital humanities. Kung Fu Motion derives from a longitudinal research project, the Hong Kong Martial Arts Living Archive (instigated in 2012). This ongoing research is a collaborayion between the international Guosha Association, City University of Hong Kong, and the Laboratory for Experimental museology (eM+), Digital Humanities Institute, EPFL [1].

IMMAGINI DELLA MOSTRA

Bibliografia

Parry Ross, Museums in a Digital Age, NY, Routledge, 2010 // Vince Dziekan , Virtuality and the Art of Exhibition, Intellect Ltd, Chicago, 2012.

[1] Fonte: libretto esplicativo della mostra.

 

 

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Exhibition // Noir, c’est noir?

 

Les Outrenoirs di Pierre Soulages. Una mostra tra arte e scienza.

The Outrenoirs of Pierre Soulages. An exhibition at the intersection of art and science.

 

Con questo post vogliamo dare spazio a un filone espositivo che vede la scienza entrare nei musei e nelle gallerie, luoghi che nel corso del tempo sono stati creati per l’arte, per diventare esperienza visibile al fuori del laboratorio di ricerca. Questo connubio, in alcuni casi forzato, tra arte e scienza pone però degli interrogativi sulle modalità di esposizione, sull’allestimento quale veicolo di comunicazione e, infine, sulla ricezione del visitatore.

Nel nuovo spazio espositivo dell’EPFL di Losanna sono esposte le grandi tele del pittore francese Pierre Soulages. La lunga struttura (che ricorda l’ala espositiva la manica lunga del museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli), definito uno spazio di sperimentazione museale (esperimental exhibition space) è opera dell’architetto giapponese Kengo Kuma.

Noir, c’est noir? è una mostra pilota. L’intento è quello di codificare attraverso lo studio scientifico il fenomeno della luce che l’artista ha trattato nelle sue opere come una materia e non come fenomeno ottico. Infatti, l’artista afferma:

“Per non limitare queste tele a un fenomeno ottico, ho inventato il termine Outrenoir, al di là del nero, una luce transmutata dal nero. […] Outrenoir indica un altro paese, un altro stato mentale che vada oltre a quello di un semplice nero”.

La mostra è sperimentale. Ricercatori e designer dell’EPFL hanno fatto ricorso alla tecnologia digitale per proporre uno sguardo originale sull’opera di Soulages. Tuttavia, questa mostra presenta dei limiti di percezione delle opere e di allestimento.

The pilot exhibition Noir, c’est noir ? does limit itself to the tautological allure of its title. It hunts down and overcomes misleading evidence by joining the insights of art with the enlightenment of science. Soulages says:

“To avoid reducing these paintings to an optical phenomenon, I invented the word Outrenoir,- beyond black, a light transmuted by black. […] Outrenoir designate another country, a different mental field beyond that of simple black”. [1]

The exhibition proves itself to be an experimental challenge. EPFL researchers and designers are taking advantage of sophisticated technologies to offer an original perspective into the Outrenoirs of Solages. However, this exhibition has limitations of perception and of the scenography.[2]

Biblioteca di 32 pigmenti neri. Library of 32 black pigments.

La mostra è divisa in sezioni tematiche legate alla scienza: immersione, materia, luce, struttura e ottico (immersion, matter, light, structure, optics). Per quanto riguarda l’allestimento, le indicazioni per il visitatore – soprattutto nella parte dedicata alla scienza sono, in alcune parti del percorso, assenti e vedono l’utente costretto a chiedere aiuto alle poche addette alla mostra (per esempio, il touch screen display – vedi immagine qui sotto – non dispone di una legenda d’uso per l’utente).

Il percorso, obbligato, si sviluppa lungo il corridoio asimmetrico della galleria. Le 19 grandi tele di Soulages, allestite nella galleria, sembrano non trovare una visione di ampio respiro. Infatti, le tele sono disposte a poca distanza l’una dall’altra – se non appese a spessi pannelli murali, delle quinte, di colore bianco o con cavi che scorrono dal pavimento al soffito  – per dare più spazio ai due box costruiti per inserire i ‘giochi’ luminosi.

Per concludere, l’allestimento presenta una pesantezza di fondo dovuta in buona parte alla scelta degli spessi pannelli-muro. Lo spazio dell’architettura e l’allestimento non sembrano trovare un dialogo tra loro rendendo la visita non fluida e a tratti complessa. Personalmente, come exhibition designer, sarei partita da una ricerca di concept che facesse propria la leggerezza di materiale per far emergere e rafforzare, in contrasto, la matericità delle opere di Soulages (che in questa mostra perdono un po’ della loro forza visiva) e diversi dispositivi scientifici di studio sulla luce.

 

Installazione interattiva ‘carte hyperspectrale’. Interactive installation ‘ hyper-spectral map’.
 Touch screen display.
Dispositivo di regolazione dell’illuminazione che capta il movimento dello spettatore di fronte al quadro. System that is able to detect our position and movements in front of the paintings.
[1] Pierre Soulages, “Le noir, la lumière, la peinture”, in Annie Mollard-Desfour, Le dictionnaires des mots et expressions de couleur XXe-XXIe siècle. Le Noir, Paris, CNRS, 2005, p. 14.
[2] Alcuni testi sono stati ripresi dalla brochure di presentazione della mostra.
Info: http://artlab.epfl.ch/soulages

 

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Exhibition : Andrzej Wróblewski

RECTO / VERSO

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L’artista Andrzej Wróblewski (1927-1957),  durante la sua breve carriera interrotta dalla morte prematura, ha raggiunto in Polonia lo status di leggenda, una sorta di idolo legato a un determinato momento storico.

Andrzej Wróblewski (1927-1957) despite the brevity of a career cut short by n untimely death, has attained the status of a legend in Poland, where he is something of an idol tied to a specific time and place.

La mostra si concentra su due fasi epocali nella sua opera (150 opere esposte): l’inizio (1948-1949), quando, partendo da zero, ha inventato il proprio linguaggio pittorico, e la fine (1956-1957), quando, dopo un periodo di fede nel realismo socialista stalinista e una volontaria sottomissione alla sue linee guida, ha tentato di ridefinire se stesso, ricominciando da zero.

The exhibition focuses on two momentous phases in his work (150 works of art) : the beginning (1948-1949), when, starting from scratch, he invented his own painterly language ; and the end (1956-1957), when, after a period of faith in Stalinist socialist realism and voluntary submission to its mandatory guidelines, he attempted to redefine himself – as if starting from scratch again.

I numerosi quadri bifacciali e le opere su carta, create durante questi periodi, sono il segno materiale della dialettica tra l’impegno politico e l’esperimento artistico.

His numerous double-sided painting and works on paper created in these periods are the material sign of his being torn between political engagement and artistic experiment.

Le doppie scene di Wróblewski appaiono contraddittorie: da un lato, forme cosmiche e astratte; dall’altro, campi di reinsediamento, squadre di esecuzione, smembramenti corporei, e scene intime di straniamento brechtiano.

Wróblewski’s double scenes thus appear contradictory : on one side, cosmically inspired biomorphic abstractions; on the other, resettlement camps, execution squads, bodily dismemberment , and intimate scenes of Brechtian estrangement.

Un’estetica di frammenti e protesta sociale, identità incerta, nazionalità imposta e astrazione geometrica. Queste sono le connessioni che possono essere indagate nel lavoro dell’artista polacco.

An aesthetics of fragments and social protest, uncertain identities, imposed nationalities and geometric abstraction. Even so, among them are connections that can be seen.

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L’allestimento di queste doppie scene vede l’uso di pannelli che lasciano vedere, usando in modo preciso la prospettiva, il quadro davanti e dietro da diverse distanze.

The scenography of these double scene sees the use of displays that leave see the panting front and back.

Questi pannelli si mimetizzano con l’architettura luminosa del Palacio de Velázquez e principalmente servono per sorreggere il quadro senza invadere i colori e le forme del dipinto.

These displays are camouflaged with light architecture of the Palacio de Velázquez and mainly serve to support the framework without invading the colors and shapes of the painting.

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In mostra è anche visibile un estratto del film Wszystko na sprzedaż (Tutto è in vendita, 1969) di Andrzej Wajda, dove si vede il protagonista del film visitare una mostra di Wróblewski.

The exhibitionin you can see an excerpt of the film movie Wszystko na sprzedaż (1969) by Andrzej Wajda.

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Wszystko na sprzedaż (1969), Andrzej Wajda.

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Exhibition | 17 November 2015 – 28 February 2016

Parque del Retiro. Palacio de Velázquez, Madrid.

 

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Exhibition : Danh Vō

Banish the faceless | Reward your grace

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Con questo post d’inizio anno vi parlerò dell’installazione dell’artista vietnamita Dahn Vō esposta al Palazzo di vetro (costruito nel 1887) di Madrid.

With this post I will talk about the installation of Dahn Vō, Vietnamese artist, at the Palacio de Cristal (built in 1887) in Madrid.

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Dahn Vō concepisce una mostra del XXI secolo avvalendosi dell’architettura unica del Palacio de Cristal che diventa – in una scala più grande – la grande vetrina che incapsula la nostalgia di un museo di archeologia e paleontologia del XIX secolo, dove l’oggetto veniva esposto all’interno di bellissime vetrine che facevano anche da cornice agli esemplari.

Dahn Vō utilises 21st century exhibition typologies to contrast and therefore highlight the unique architecture in the Palacio de Cristal, as if to treat the structure as one large display cabinet encapsulating the nostalgia of a nineteenth-century palaeontology and archaeology museum.

Nella mappa, qui di seguito, potete vedere la posizione dei sette diversi elementi dell’installazione posti nello spazio del palazzo. In

In the map below, you can see the position of seven different elements of the installation placed in the Palacio de Cristal.

Alcuni elementi sono posti a pavimento mentre altri pendono dal soffitto di vetro. Come si nota dalla figura il percorso espositivo è libero, concentrando gli elementi in una sola parte del palazzo.

Some elements are placed on the floor while others hang from the ceiling of glass. As shown in the picture, the exhibition path is free, its  elements being concentrated only in one part of the building.

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Di seguito documentiamo per chiarezza e completezza il titolo e la tipologia degli elementi dell’installazione. Below the title and the type of the elements of the installation:

1 03.06.1965, 2015  Fotografia, 43×42.5 cm | Color photogravure on paper

2 Senza titolo | Untitled, 2015 Grafite, testo scritto da Phung Vō, dimensione variabile | Graphite, writing by Phung Vō, dimensions variable

3 Senza titolo | Untitled, 2015 Oro sopra del cartone, testo scritto da Phung Vō, 607 g | Gold on cardboard, writing by Phung Vō

4 02.02.1861, 2009- Inchiostro su carta, testo scritto da Phung Vō, 29.6×21 cm | Ink on paper, writing by Phung Vō

5 Lick Me Lick Me, 2015 Torso greco di Apollo in marmo cristallino bianco, legno 21x49x32.1 | White crystalline Greek-marble torso of Apollo, wood

6 Dimmy, why you do this to me? 2015 Madonna col bambino, quercia policroma, busto in marmo di un satiro, acciaio, 146.2x50x50 cm | Oak and polychrome Madonna and child, French Early Gothic, marble torso of a satyr, steel

7 […] Why, Dimmy?, 2015 Fossili di mammut-Pleistocene superiore, figura in avorio del Cristo, secolo XVII, dimensioni variabili. Il titolo è estratto dalle sentenze emesse dal demone nel film L’Esorcista (1973) | Mammoth fossils, Late Pleistocene, ivory Christ figure, dimensions variable. Title excerpted from lines delivered by the demon in The Exorcist (1973)

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Con questa nuova installazione, Dahn Vō esplora l’idea del museo e la sua funzione nel mondo contemporaneo, sfidando lo status quo dell’arte su temi scottanti come la migrazione e l’identità culturale.

With this new installation, Dahn Vō explores the idea of the museum and its function in the contemporary world, challenging the status quo of art on such burning issues as migration and cultural identity.

Exhibition | 1 October 2015 – 28 March 2016

Parque del Retiro. Palacio de Cristal, Madrid

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Exhibition. “The wild west” a Warszawa

In questo post di fine agosto vorrei parlarvi della città di Varsavia. Città che ho avuto il piacere di visitare quest’estate, ma nella quale mi ero già imbattuta durante un viaggio interrail, circa 17 anni fa.

Mi ricordo che in quell’occasione sono uscita qualche momento dalla stazione, la Warszawa Centralna, e, all’istante, davanti ai miei occhi si erge maestoso il Palazzo della cultura (Pałac Kultury i Nauki, costruito tra il 1952 e il 1955), anche detto Palazzo di Stalin, con i suoi 237 metri d’altezza. Una sensazione strana, che ancora oggi riesco a ricordare con chiarezza.

Raggiungiamo però la Varsavia del 2015 per raccontare una mostra interessante e stimolante dal titolo The Wild West. A history of Wrocław’s Avant-Garde, realizzata presso la Galleria Nazionale d’Arte Zachęta.

L’esposizione ripercorre la storia dell’avanguardia artistica di Wrocław (una cittadina nel sud-ovest della Polonia), in un percorso cronologico che va dal 1953 al 2009 circa. Ma è anche la storia di questa città speciale vista attraverso l’arte creata . Una mostra, dunque, che rintraccia la realtà quotidiana e i luoghi di Wrocław (Breslavia in italiano), dove un microcosmo di artisti ha preso vita attraverso la creazione di scuole d’arte, musei, film studios, laboratori teatrali, associazioni.

Avanguardia che vede al suo interno l’attività di più linguaggi : teatro, performance, video arte, pittura, fotografia, cinema, musica, poesia, architettura, urbanistica, design. Dunque, un percorso espositivo tematico – con quasi 500 opere – realizzato con un allestimento semplice e chiaro, che definirei “less is more”, che illustra al visitatore le diverse pratiche di questi artisti e i cambiamenti avvenuti nella città.

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CATALOGO DELLA MOSTRA

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Foto del 26-08-15 alle 15.34

Vi segnalo anche delle gallerie d’arte scoperte camminando tra le vie di Varsavia

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Bwawarszawa

Galeriafoksal

Gallery Le Guern

Queste gallerie, e molte altre, parteciperanno all’evento che si terrà dal 25 al 27 settembre 2015 a Varsavia, il Warsawgalleryweekend

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Per concludere, vi segnalo un bel locale, il Resort (Ul. Bielanska 1), un ottimo posto per bere, rilassarsi e ascoltare buona musica.

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# Le parole dell’Exhibition Design

 

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Iniziamo questo 2015 con un articolo che vuole provare a tracciare – certamente non esaustiva o completa – un vocabolario dell’exhibition design attraverso le sue parole. Questo insieme di parole che inizieremo a comporre servirà per mostrare e rilevare la pluridisciplinarietà dell’exhibition design.

Il nostro compito sarà, infatti, quello di monitorare – nel corso del tempo – il movimento  delle parole che compongono la disciplina, collocandole in una prospettiva in divenire.

Oggetto – Colore – Illuminazione – Materia – Percorso – Visitatore – Spazio – Forma – Temporaneità – Circolarità – Architetture – Fisicità – Tecnologia – Grafica – Narrazione – Comunicazione – Multimedialità – Immaginario – Mise en scène – Suono – Testo – Immagini – Sensi – Arte – Effimero – Prospettiva – Prossemica – Vuoto – Pieno

Appello ai lettori _ Inviate altre parole !

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Esporre #6 Fuori scala

 

… riflessioni attorno alle

pratiche d’agencement

 

Siamo al sesto capitolo del nostro percorso sull’allestimento. In questo breve articolo ci occuperemo del FUORI SCALA, allestire una mostra attraverso il concept del fuori scala creando allo stesso tempo un effetto efficace, spiazzante e immediato. Il tema del fuori scala ci porta a considerare l’esempio del Mosè di Michelangelo Buonarroti. Si osserva un imponente Mosè seduto, con le tavole della Legge poste sotto il braccio.

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Le costruzioni fuori scala sono invenzioni e allusioni che attraggono lo sguardo del visitatore, diventando dei segnali, dei supporti, dei contenitori. Stimolando la percezione falsata degli elementi. Di seguito riporteremo alcuni esempi dell’uso del fuori scala nell’allestimento.

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Padiglione RAI, Achille Castiglioni con Enzo Mari, 1965.

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Padiglione ENI, Achille e Piergiacomo Castiglioni, Fiera di Milano, 1958.
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Venti progetti per il futuro del Lingotto, Achille Castiglioni con R. Avanzini, A. Bianda, E. Promontorio, grafica Pierluigi Cerri, Torino, 1984.
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Nidi di uomo-green project, Milano, http://www.aaahhhaaa.it
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Kitchen garden, Milano, 2007, http://www.aaahhhaaa.it
Hogan Riders-Tales&Times of motorcycle lifestyle, studio Migliore+Servetto Architects, Milano, 2003.
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Grandi librerie abitate da differenti oggetti.

Altro esempio è l’allestimento dello studio milanese Migliore+Servetto Architects dal titolo THE NEW YORK TIMES ANNIVERSARY, che si è svolto al Bulgari Hotel di Milano in occasione del FuoriSalone del 2009. L’elemento fuori scala che cambia la percezione del visitatore è la riproduzione della carta da gioco. Vi segnaliamo il link alle immagini  dell’allestimento http://architettimiglioreservetto.it/nyt-anniversary/

Bibliografia

Ico Migliore, Mara Servetto, Space Morphing, Edizione 5 Continents, Milano, 2007.

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Esporre #5

… riflessioni attorno alle

pratiche d’agencement

 

In questo quinto capitolo ci occuperemo del tema della luce, illuminare l’esposizione. L’evoluzione della luce artificiale nell’allestimento (permanente e temporaneo) deriva dalle mutevoli idee progettuali che si sono sviluppate nel corso del tempo. Idee progettuali che hanno fatto dell’analisi e dell’uso – anche sperimentale – di principi tecnici una vera risorsa per l’innovazione nel campo dell’illuminazione. In questo post vorremo fornire, da un punto di vista percettivo, una breve panoramica sulle tipologie di progettazione della luce artificiale presente soprattutto in ambienti museali, gallerie o siti d’interesse culturale che il più delle volte non possono accogliere interventi di trasformazione strutturale (che permetterebbero l’accesso alla luce naturale).

Il progetto di luce, dunque, è materia complessa perché al suo interno annette un numero di variabili che dipendono da differenti campi disciplinari e richiedono un coordinamento  organizzato e competente già a partire dalle prime fasi di pensiero del progetto allestitivo.

Di alcune funzioni della luce

La luce d’accento segna oggetti o elementi architettonici con dei coni di luce a fascio stretto e contorni più o meno nitidi.

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Luce d’accento

La luce a fascia orizzontale favorisce la continuità visiva tra un oggetto e l’altro senza procurare forti contrasti. Mentre, la luce effetto ‘wall-washer’ genera un effetto omogeneo e costante sulla parete.

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A sinistra. Luce a fascia orizzontale di origine anglosassone. A destra. Luce a ‘wall-washer’ con effetto parete luminosa.

La luce con sagomatore  permette di concentrare l’illuminazione solo nella parte d’interesse creando così un forte contrasto tra la superficie illuminata e lo sfondo.

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Luce con sagomatore.

La luce d’accento utilizzata su un oggetto tridimensionale genera un effetto variabile in base all’effetto di contrasto desiderato. L’ampiezza delle ombre sarà condizionato dall’angolazione del corpo illuminante. Mentre, la luce dal basso su un oggetto tridimensionale crea una percezione dello spazio e dell’oggetto più vicina alla scenografia teatrale. Per esempio a teatro le luci basse del palcoscenico vengono sfruttate per rappresentare una particolare atmosfera drammatica replicabile anche nell’allestimento.

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A sinistra. Luce d’accento orientata su un oggetto tridimensionale. A destra. Luce dal basso.

Infine, nell’ultima figura qui sotto abbiamo un esempio dell’effetto di lettura in negativo che si basa sul principio di anteporre un oggetto di fronte a uno schermo o a una superficie radiante e omogenea. Il risultato è una sagoma del volume che si profila sul fondo luminoso.

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L’effetto negativo.

Per concludere, di seguito riportiamo alcune immagini della mostra Carlo Saraceni 1579 – 1620 (Roma, 28 novembre 2013- 2 marzo 2014), realizzata all’interno di un palazzo storico, Palazzo Venezia, dove la soluzione illuminotecnica s’integra perfettamente con le forme delle pareti costuite, i colori scelti per dell’allestimento e soprattutto il palazzo preesistente. L’effetto finale è quello di una luce (che ha la sua origine nelle pareti) che sembra sostenere delle tele galleggianti nel colore.

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Riferimenti bibliografici

Le figure relative alle tipologie d’illuminazione sono state estratte dal libro di Alberto Pasetti, Luci per esporre. Illuminare tra design e tecnica, Marsilio, Venezia, 2006.

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Esporre #3

… riflessioni attorno alle

pratiche d’agencement

 

In questo articolo ci occuperemo della tipologia allestitiva che vede nell’accumulazione e nell’esposizione non articolata degli oggetti il suo focus.

L’insieme degli oggetti in mostra occupa tutto lo spazio espositivo facendo percepire al visitatore una totalità spaziale. Gli oggetti sembrano, dunque, inclusi in un armonico microcosmo che non necessariamente deve trasmettere delle informazioni (secondo una gerarchia), ma semplicemente manifestarne la presenza. In tal senso favorendo un confronto diretto, immediato con l’oggetto. In questo caso possiamo dire che la funzione dell’allestimento è quella di essere un medium non il fine.

Il tipo di allestimento in questione tende, a volte, a operare come un effetto immagine. Questa tipologia di allestimento, infatti, può nascere da una i) necessità quantitativa : esporre più oggetti possibili in un dato spazio senza darne un’articolazione particolare (che ricorda la pratica del collezionista, come il museo di John Soane a Londra) ii) oppure dalla volontà di esporre tanti oggetti per costruire  una visione sintetica globale attraverso la ricerca di nuove dimensioni spaziali (come l’Abstraktes Kabinett, il gabinetto astratto di El Lissitzky nel Landes-Museum a Hannover). Di seguito alcuni esempi di questa tipologia d’allestimento e delle declinazioni  i) e ii).

 

Museo d’Arte di San Paolo, allestimento Lina Bo Bardi.

 

Sensidivini, Triennale di Milano, allestimento Migliore+Servetto, 2004.

 

Allestimento mostra 2014 , Formafantasma
 Prima Materia, Stedelijk Museum’s-Hertogenbosch, allestimento Formafantasma, 2014.
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The New Italian Design 2.0, allestimento Andrea Branzi, Triennale di Milano, 2013.
The New Italian Design 2.0, allestimento Andrea Branzi, Centro cultural la Moneda, Santiago del Cile, 2014.

 

Casa Boschi di Stefano, Milano.
Museo Archeologico, Milano.
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma.

 

 

 

 

 

 

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Esporre #2

… riflessioni attorno alle

pratiche d’agencement

 

In questo articolo ci occuperemo della tipologia allestitiva che vede nel materiale il focus allestitivo. Il materiale, presente in una mostra, è per l’occhio sia struttura che tessitura dell’allestimento. Il suo effetto dipende da una serie di caratteristiche che le sono proprie, come : il colore, la trasparenza, la trama, il trattamento della superficie, la capacità di accogliere la luce e di rifletterla, la resistenza.

Lo spazio e le forme dell’allestimento possono essere influenzati in maniera decisiva dalla tipologia di materiale scelto, creando così una subordinazione nelle scelte allestitive. Il materiale, dunque, è un elemento dell’allestimento che ha una funzione importante sia fisiologica che psicologica, diventando in molti casi un concept sul quale costruire il progetto allestitivo.

Il tessuto, o l’enfasi barocca

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1 Carlo Scarpa, allestimento mostra “Antonello da Messina”, Municipio, Messina, 1953.

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2 “Boutique Mademoiselle” di Sorrento.

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3 Esposizione I protagonisti del design italiano, Salone del mobile, Milano, 2009.

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4 Allestimento Toyo Ito Basilica Palladiana, Vicenza, 2001.

[Note] Le immagini 1 e 2 sono state prese da Pier Federico Caliari, “La forma dell’effimero”, Milano, Ed. Lybra, 2000 e da “Nuovo Allestimento Italiano”, Milano, Ed. Lybra, 1997.